Qualche giorno fa mia figlia adolescente mi dice:
“Mamma, sai che ho chiesto a Chatgpt (intelligenza artificiale, IA) un consiglio per la mia relazione con x?”. Sussulto, incredulità. Chiedo di poter leggere le risposte, preoccupata.
Mi trovo di fronte ad un interlocutore virtuale, che dice cose di buon senso e molto pertinenti alle domande poste.
Eccomi dunque a riflettere su un qualcosa che avevo scartato a priori: “L’intelligenza artificiale (IA) non interesserà mai il mio settore”, affermavo convinta. Mai dire mai: come ricordo spesso anche ai miei pazienti.
E così iniziando a informarmi, scopro che quello stile di comunicazione naturale e complessa, rilevata nelle risposte date a mia figlia, ha a che fare con i Large Language Models (LLM), ovvero modelli di intelligenza che utilizzano grandi quantità di dati per comprendere e generare un linguaggio molto simile a quello umano.
Di fatto è un’illusione: si tratta banalmente di statistica, di algoritmi.
Il linguaggio è simile, ma non sovrapponibile: l’intelligenza formale, non comprende il significato della parola! Per nulla banale la questione. Il computer non conosce nulla di sé e nulla degli altri, non c’è coscienza né libero arbitrio.
Le macchine individuano pattern ovvero riconoscono solo quello che vedono, nel momento in cui corrisponde a ciò che l’umano gli hai dato come regola: per la loro grande potenza di calcolo e velocità, evidentemente con performance molto più elevate dell’umano (che grazie a dio ancora sa errare, nel senso etimologico dell’andare vagando), loro rispondono in maniera congrua. E neanche sempre: leggo che la risposta IA data ad un soggetto con tratto ossessivo-compulsivo in merito al dover tornare a casa a controllare la chiusura del gas, è stata “assolutamente si!”. Il che da un punto di vista clinico è paradossalmente dannoso.
Le macchine mai sono in grado di cogliere il significato. Sono esseri perfetti (come può esserlo un fiore di plastica), apparentemente seducenti, ma limitate e superficiali. Non può esistere neanche un solo termine di paragone con l’umano.
Tuttavia ricercatori e psicoterapeuti stanno testando nuove frontiere: che utilizzo fare di questo strumento? Fin dove spingersi?
Università e istituti di ricerca italiani, come l’Università di Milano, l’Università di Roma La Sapienza e l’Istituto Superiore di Sanità, sono coinvolti in progetti che esplorano come l’IA possa essere utilizzata per analizzare dati medici e psichiatrici. Alcuni ospedali italiani hanno iniziato a sperimentare l’uso di dispositivi e app che impiegano l’IA per monitorare i sintomi dei pazienti con disturbi psichiatrici, raccogliendo dati come l’umore, il sonno e le attività quotidiane. Il rischio che possa essere considerata come panacea per compensare l’enorme vuoto che si spalanca tra l’offerta del pubblico e la sponda del privato, è alto.
Leggo su una nota rivista che negli Stati Uniti sono già state approvate sette app di IA dalle assicurazioni sanitarie, al fine di integrare i costi proibitivi delle psicoterapie private: si tratta di sistemi che hanno comunque come interesse il profitto, come per esempio la sponsorizzazione di ditte farmaceutiche, che offrono prodotti dalla semplice soluzione.
Insomma entro in un mondo inatteso, che cerco di approcciare in modo non conservatore, evitando di inciampare nella tentazione di essere boomer.
In fondo la psicoterapia online, che considero il precursore di questo ulteriore upgrade, aveva già messo in discussione tanto del tradizionale funzionamento dei più conosciuti approcci psicoterapeutici: setting, costi, motivazione, target di età (spesso rivolta ad una fascia di giovanissimi), parametri di valutazione di un successo psicoterapeutico (la terapia breve come un vantaggio rispetto a quella con tempi più tradizionali), per esempio.
Dunque mi domando, su uno sfondo di nostalgia profonda per il tempo prima del virtuale (di cui ho ampiamente goduto), cosa tenere del buono di tutto questo innovare?
L’IA offre semplicemente la possibilità di essere usata come strumento integrativo/conoscitivo, da sapere usare bene. Di certo non come strumento psicoterapeutico tout court.
Penso che si possa rivolgere a chi, come mia figlia, desideri curiosare nell’ambito di un linguaggio discorsivo (seducentemente) emotivo o ancora a chi, in una situazione di malessere, e impossibilitato a rivolgersi ad un professionista (per cause economiche, geografiche, culturali) decidesse di avere delle prime informazioni di base e di buon senso.

Magari sbaglio, ma io non vedo oltre, né altro. Resto serena nell’affermare che l’ia non potrà prendere il posto dell’umano, anche nel settore della cura, intesa proprio come relazione io-tu.
Pensavo, banalmente: l’efficacia di un intervento psicoterapico dipende dalla qualità delle domande che il terapeuta è in grado di porre. La capacità di esplorare il vissuto del paziente, di sollecitare riflessioni e di stimolare il cambiamento attraverso domande attente e mirate, è qualcosa che non può essere replicato da una macchina. Sebbene i modelli di IA possano suggerire possibili linee di intervento, la vera forza della psicoterapia risiede nel rapporto dinamico tra terapeuta e paziente, nel saper guardare oltre le parole, cogliendo i significati nascosti e le emozioni non dette. E’ l’esperire.
L’essere umano è unico, irripetibile, anche nelle sue nevrosi e in come manifesta i suoi sintomi: i miei pazienti, con diagnosi simili, esprimono universi complessi, completamente diversi tra loro. In superficie qualcosa li accomuna, ma nella profondità mi arrivano in maniera stra-ordinaria. L’essere umano ha bisogno di accoglienza, sentire di appartenere, contatto visivo, rispecchiamento, nutrimento percettivo, l’andare verso, l’uscire di casa, l’uscire da un isolamento, cercare l’altro da sé per tornare a Sè, conoscersi, ri-apprendere il legame d’amore: parole che scrivo automaticamente, per libere associazioni. Potrei continuare a lungo.
Sullo sfondo di un secolo in cui si è data sempre più enfasi all’individuo, alla sua autoaffermazione, a discapito di essere comunità, resta una verità ancestrale: base sicura è sentire di appartenere all’umano, nasce così il principio del legame madre figlio.
Il monaco vietnamita Tich Nath Han (1926-2022), un maestro a cui spesso mi rivolgo, diceva che quando la vita si fa difficile, è necessario ritornare all’isola del sé interiore, riconoscere le emozioni, abbracciarle con tenerezza e generare l’energia della presenza mentale, per trasformare il freddo della sofferenza in calore interiore. Una volta rientrati nel proprio centro, è opportuno realizzare che siamo tutti profondamente legati gli uni agli altri (interessere) e che ogni azione, anche la più piccola, ha un impatto su tutto ciò che ci circonda: umani animali vegetali minerali. Tutto è relazione e interconnessione.
Una rapida citazione, giusto per alzare lo sguardo e ritrovare la visione, dopo un certo smarrimento nella riflessione sul tema: restiamo umani, come funamboli in bilico tra l’inevitabile progresso tecnologico e la meraviglia primitiva dell’essere vivi e coscienti su questa Terra.
Propongo l’ascolto Waltz di Craig Armstrong, compositore scozzese, conosciuto per musica per orchestra ed elettronica raffinata, che su una base di violini in crescendo, inserisce la lettura in tedesco di numeri, caratteri, string, ovvero il linguaggio di programmazione per computer. Improbabile, ma godutissimo binomio sonoro.