
Si festeggiano i centanni dalla nascita di Franco Basaglia, psichiatra veneziano, direttore nel 1961 del manicomio-lager di Gorizia e poi nel 1971 dell’ospedale psichiatrico di Trieste.
Basaglia fu un intellettuale rivoluzionario che per primò osò chiudere, smantellare, sminuzzare quegli ingranaggi di violenza in cui erano rinchiusi i -matti- (ampia categoria in cui rientravano anche persone affette da sindrome di down, alcolisti, epilettici, ex partigiani, fascisti del dopo guerra, bambini etc). Lui, che fu prigioniero durante il fascismo per sei mesi nel carcere di Venezia, in seguito alle contestazioni studentesche. Lui, che subì personalmente il trauma della perdita della propria libertà.
Elettroshock, letti a gabbia, catene, abuso di psicofarmaci, camicie di forza, fino al suo arrivo erano strumenti percepiti normali, sia dalla medicina che dalla società. Disse: “… la psichiatria non si può insegnare all’università […] lo studente infarcito di definizioni con le quali classifica la schizofrenia, la psicosi maniacodepressiva, l’isteria, non sa che cos’è la ‘pratica psichiatrica’, e per questo dovrebbe uscire dall’università e andare in manicomio per incontrare i malati e comprendere i loro problemi“.
Non fu solo nel dire basta, anzi. Fu una parte, tra le parti: con lui collaborarono la moglie Franca Ongaro, medici, infermieri, studenti, intellettuali, scrittori, editori, cineasti, giornalisti, fotografi e artisti. Furono anni in cui simultaneamente si esprimeva un potente movimento rivoluzionario, pronto a smantellare su più fronti sistemi tradizionali di dis-funzionamento. Studenti, operai, uomini e donne, uniti contro ogni forma di autoritarismo, per la riforma dei costumi e degli ideali di giustizia, pace, equità.
“Il malato quando entra in ospedale è un uomo. Qualche tempo dopo diventa una cosa, mortificata e violentata dall’ospedale psichiatrico, dall’istituzione stessa” dice Basaglia. “Gestire un’istituzione che di fatto si nega, implica il suo necessario superamento. Nessuna riforma è possibile. Soltanto, semplicemente, la sua chiusura”.
Questo era il pensiero dominante del tempo. E così fu.
La legge 180 del ’78 (ovvero la riforma psichiatrica che sancì la chiusura definitiva dei manicomi) non fu la sua. Fu del democristiano Bruno Orsini, e prevedeva delle mediazioni che si allontanavano dalla prospettiva più rivoluzionaria di Basaglia, che la definì “un passo indietro”, un compromesso direi.
Tuttavia una volta chiusi i manicomi, la sofferenza psichica è rimasta e l’interrogativo su come affrontarla non ha avuto un’adeguata risposta. Ancora oggi si può morire in Italia di obbligo di contenzione meccanica in alcune strutture: cito il caso di Francesco Mastrogiovanni (alla sua storia è dedicato il documentario shock –87 ore-, 2015, regia di Costanza Quatriglio, visibile sulla piattaforma Youtube), Wissem Ben Abdel Latif, Giuseppe Casu, Elena Casetta, tra gli altri.
Attualmente i Dipartimenti di salute mentale, presentano molte criticità. Prima di tutto i numeri: tante richieste, pochi i servizi a disposizione. Molto pesa direttamente sulle famiglie, sulle donne in particolar modo.
Un tema su cui non si deve smettere di portare luce, riflessione e innovazione.
Suggerisco l’ascolto di questo podcast di Rayplay sound, approfondita ricerca in più episodi sul tema: